bdsm
Katiuscia la cameriera #14
Efabilandia
13.09.2025 |
24.570 |
3
"Katiuscia mi fece aprire le gambe, il pavimento freddo che mordeva, e controllò la fica, un ghigno sadico: “Non hai leccato con abbastanza desiderio, puttana..."
Il lunedì mattina mi svegliai con un peso nel petto, il cielo grigio che filtrava attraverso le tende di lino bianco della villa, tingendo il pavimento di cotto di un bagliore opaco, come se il mondo volesse nascondere la mia vergogna. L’aria era densa, impregnata del profumo dolce e nauseante delle rose rosse dal giardino, un aroma che si mescolava alla cera al limone delle pulizie, un contrasto che mi rivoltava lo stomaco, amplificato dall’odore acre del mio sudore e dal bruciore persistente tra le gambe. La fica era un relitto gonfio e livido, martoriato dai calci di Katiuscia, ogni battito del cuore un’agonia che mi inchiodava al letto, il dolore che si irradiava dal clitoride schiacciato fino al ventre, un fuoco che mi faceva stringere i denti, il respiro corto. Il plug da 8 cm mi devastava il culo, una voragine permanente che pulsava come un secondo cuore, la gemma nera che scintillava sotto la gonna di pelle nera, così corta che sfiorava appena le cosce, senza mutande, come Katiuscia aveva ordinato. Il collare rosso mi stringeva la gola, l’anello di metallo che tintinnava a ogni movimento, un simbolo di schiavitù che mi faceva deglutire saliva amara. Non potevo più godere dalla fica, un ammasso distrutto che non rispondeva, relegandomi a orgasmi anali, un piacere perverso che mi faceva sentire una vacca aperta, pronta per essere usata, la vergogna che mi consumava come un veleno lento.Leonardo era a scuola, il suo zaino abbandonato sul tavolo della cucina, un caos innocente di libri e matite che mi stringeva il cuore, un ricordo di una vita che non mi apparteneva più. Matteo era uscito per lavoro, la camicia bianca fresca del suo profumo di colonia agrumata, un odore che un tempo mi scaldava e ora mi trafiggeva come una lama, un misto di tradimento e possesso che mi lasciava senza fiato. Ero sola, il silenzio della villa rotto solo dal ticchettio dell’orologio in salone, un suono ipnotico che amplificava la mia paranoia. Katiuscia mi aveva mandato un messaggio la sera prima, la voce fredda e sadica che risuonava nella mia mente: “Domani vai alla RSA, puttana. Gonna corta, plug, niente mutande. Sei la mia OSS sostituta. Pulisci cazzi e fiche, e se ti chiedono di più, ti concedi. A fine giornata facciamo i conti.” Il cuore mi si era fermato, il plug che vibrava nel culo, un desiderio perverso che mi bagnava nonostante la paura.Alle 7:00, Katiuscia arrivò, il suo SUV nero che ruggiva nel vialetto, il motore che si spegneva con un rombo basso. Indossava un tailleur nero attillato, i tacchi che ticchettavano sul cemento, l’odore muschiato del suo profumo che mi soffocava quando mi abbracciò, un bacio sulla guancia che sapeva di rossetto acido. “Pronta, troia?” disse, il sorriso che non arrivava agli occhi, tirandomi per il collare verso la macchina. Sopra la gonna corta e la camicetta trasparente nera, infilai il camice verde della RSA, il tessuto sintetico che pizzicava la pelle, l’odore di disinfettante che si mescolava al mio sudore. Il plug si conficcava a ogni passo, un dolore sordo che mi faceva gemere, l’umidità che colava lungo le cosce, un tradimento del mio corpo che mi umiliava.La RSA era un edificio basso e grigio in periferia, il cemento screpolato che odorava di umidità e muschio, le finestre opache che riflettevano il cielo plumbeo. L’atrio puzzava di disinfettante al pino e urina stantia, un tanfo che mi pizzicava il naso, la musica di sottofondo – un vecchio brano di Claudio Villa, “Granada”, che gracchiava dagli altoparlanti – che aggiungeva un tocco surreale, le note melense che si mescolavano al suono di carrozzine che scricchiolavano e gemiti lontani. Katiuscia, che lavorava lì come addetta alle pulizie quando non era da me, mi presentò al responsabile, un uomo flaccido con occhiali spessi, l’odore di caffè bruciato nel suo alito. “La nuova OSS sostituta,” disse Katiuscia, la voce dolce ma con un sottofondo sadico, “molto dedita.” Il responsabile annuì, gli occhi che scivolavano sulla mia gonna corta, un ghigno che mi fece rabbrividire.Mi portò alla prima stanza, due nonnine allettate, entrambe sui 85 anni, i capelli bianchi radi come zucchero filato, la pelle rugosa che odorava di talco e urina. La prima, Maria, era fragile, gli occhi acquosi che mi fissavano mentre le toglievo il pannolone, un tanfo acre di escrementi e sudore che mi fece girare la testa, il suono umido del pannolone che si staccava dalla pelle, un “plop” che echeggiava nella stanza. Con una spugna calda e sapone al pino, la lavai, l’acqua che gocciolava sul materasso di plastica, il suono che ticchettava come pioggia. Le pulii la fica, i peli grigi radi che si appiccicavano alla spugna, l’odore di vecchiazio e sapone che mi pizzicava il naso. Maria sorrise, la voce tremula: “Grazie, cara, sei brava.” Continuai, sciacquando con cura, il suo bacino che si muoveva leggermente, un gemito basso che mi sorprese. L’altra nonnina, Teresa, guardava, gli occhi che brillavano di malizia. “Perché non le chiedi di toccarti un po’?” disse, la voce roca che strideva sopra Claudio Villa. Maria rise, un suono secco come carta: “Magari.”Seguendo l’ordine di Katiuscia, infilai le dita nella fica di Maria, la carne flaccida e umida che si stringeva debolmente, l’odore di vecchiazio e muschio che mi soffocava, il gusto salato quando leccai le dita per lubrificarle, un sapore che mi nauseava ma mi eccitava, il cuore che martellava. Maria gemette, un suono flebile che si mescolava alla musica, il corpo che tremava mentre la toccavo, un orgasmo lento che la fece rilassare. “Che ti avevo detto, è brava,” ridacchiò Teresa, mentre passavo a lei. Non aveva pannolone, la fica rasata per l’igiene, l’odore di urina stantia che mi colpì mentre la lavavo, l’acqua che gocciolava sul letto, il suono che echeggiava. “Perché non me la lecchi un po’?” disse, la voce un sussurro provocante. Mi chinai, il plug che si conficcava nel culo, un dolore che mi fece gemere, e leccai la sua fica, il gusto salato e amaro che mi riempiva la bocca, i peli radi che pizzicavano la lingua. Teresa si rilassò, un gemito che si mescolava a “Granada”, e mi ringraziò, gli occhi che brillavano. “Torna presto, cara,” dissero entrambe, mentre uscivo, il cuore che batteva, l’umiliazione che mi consumava.La stanza successiva aveva due nonnine disorientate, entrambe sui 90 anni, i volti persi in un vuoto di demenza, l’odore di escrementi e disinfettante che saturava l’aria. Tolsi i pannoloni, il suono umido che mi nauseava, pulii la merda con guanti di lattice che scricchiolavano, l’odore acre che mi bruciava il naso, l’acqua che gocciolava mentre le lavavo, i loro gemiti confusi che si mescolavano alla musica di sottofondo, ora un lento “Amapola” che strideva con il tanfo. Le rivestii, accarezzando i loro capelli radi, un gesto che mi spezzava il cuore, e passai oltre.Nella terza stanza trovai un uomo, l’ingegnere in pensione, 75 anni, problemi di deambulazione, seduto su una carrozzina, l’odore di colonia stantia e sudore che lo avvolgeva. Lo spogliai, il pigiama che frusciava, e lo portai sotto la doccia, l’acqua che scorreva con un ronzio basso, il vapore che odorava di sapone al pino. Mentre gli lavavo il cazzo, i peli grigi che si appiccicavano alla spugna, si irrigidì, un’erezione sorprendente, l’odore muschiato che mi colpì. “Arzillo, eh,” ridacchiai, seguendo l’ordine di Katiuscia, massaggiando il cazzo e le palle, il gusto salato quando lo presi in bocca, succhiando con dedizione, la punta che premeva la lingua, il sapore amaro di vecchiazio che mi soffocava. Lui mi toccò la fica, le dita rugose che scivolavano sotto la gonna, l’umidità che colava, il plug che vibrava. “Succhialo, cucciola, al tuo nonno,” grugnì, eccitato, infilandomi due dita nella fica, un dolore acuto che mi fece gemere, il clitoride schiacciato che bruciava. Mi sedetti su una sedia, infilandomi il suo cazzo nella fica, la carne gonfia che si tendeva, un piacere perverso che mi faceva sentire una puttana, il cuore che martellava, l’odore di sudore e sapone che saturava l’aria. Non venne, così gli feci una sega, la mano che scivolava, il suono umido che echeggiava, fino a un gemito rauco. Mi diede 200 euro, un rotolo di banconote stropicciate, e disse: “Torna, piccola.”Nella stanza successiva, due nonnini di 80 anni mi aspettavano ai piedi del letto, i cazzi mosci in mano, l’odore di talco e urina che li avvolgeva, la musica ora su “Non ti scordar di me” che strideva con la scena. Sorridevano, eccitati, il passaparola che correva. Abbassai i pigiami, il tessuto che frusciava, e li lavai con la spugna, il sapone che pizzicava il naso, massaggiando i cazzi flaccidi, il suono umido che echeggiava. Katiuscia apparve sulla porta, il lattice che scricchiolava, l’odore muschiato che mi soffocava. “Prendili in bocca, che aspetti, troia?” disse, la voce un ringhio. Mi inginocchiai, il pavimento freddo che mordeva, e succhiai, i cazzi mosci che sapevano di vecchiazio e sapone, il gusto amaro che mi nauseava. Uno dei nonnini infilò due dita nella fica, poi la mano intera, un fisting che mi fece urlare, un piacere perverso che mi travolse, il corpo che tremava come una vacca. La sborra del primo mi riempì la bocca, un getto lento e salato che colava sul mento, poi passai al secondo, la mano ancora nella mia fica, un altro getto che mi soffocava. “Torna, ragazza,” dissero, mentre uscivo ed anche loro mi diedero 50 euro ciascuno, il cuore spezzato ero diventata una puttana per vecchi.Nelle ultime tre stanze, anziani gravi, non presenti, solo corpi da pulire, l’odore di merda e disinfettante che mi bruciava il naso, i pannoloni che si staccavano con un “plop” umido, l’acqua che gocciolava, la musica che passava a “Volare” di Modugno, un contrasto surreale. Li coccolai come una figlia, accarezzando volti rugosi, un dolore nel petto che si mescolava alla vergogna.
L’ultima stanza aveva una coppia, marito e moglie, 81 e 78 anni, giovanili, il marito con Parkinson lieve, l’odore di colonia costosa e talco che li avvolgeva. Pulii il marito, il cazzo che si irrigidiva sotto la spugna, la moglie che sussurrò: “A volte prende il Cialis per me.” Lo massaggiai, poi guardai la moglie e feci cenno se potevo andare oltre, il gusto salato quando lo presi in bocca, succhiando con dedizione, il suono umido che echeggiava. La moglie vista la scena si masturbava, l’odore muschiato della sua fica che mi colpiva. Si avvicina e mi infila ma mano nella fica e dopo poco comincia a fistarmi, il plug che vibrava, un dolore che mi fece gemere. Il marito stava per venire mentere lo succhiavo ma lei disse “Fatti sborrare nella fica,” la voce un sussurro eccitato. Mi sedetti sul marito, il cazzo che entrava, la fica gonfia che bruciava, un piacere perverso che mi travolse, la sborra calda che mi riempiva, l’odore salato che saturava l’aria. Poi leccai la fica della moglie, il gusto dolce-amaro che mi soffocava, il suo squirt che mi colava in faccia, un orgasmo che la fece tremare. Katiuscia entrò, sorridente: “Vi piace la mia OSS? La rivolete?” Entrambi annuirono, felici. Prima che uscissi la signora mi diede una banconota da 50 euro dicendomi "Sei stata brava mi hai fatto godere tanto ti prego torna da noi".
Alla fine della giornata, avevo pulito 12 cazzi e 8 fiche, fistata due volte nella fica, senza orgasmi, il culo che pulsava, il plug che mi devastava. Negli spogliatoi, l’odore di disinfettante e sudore che saturava l’aria, mi tolsi il camice, la gonna corta che scintillava, il collare che mi strangolava. Katiuscia mi fece aprire le gambe, il pavimento freddo che mordeva, e controllò la fica, un ghigno sadico: “Non hai leccato con abbastanza desiderio, puttana.” Mi sferrò due calci sulla fica, il dolore acuto che mi spezzò, il clitoride schiacciato che bruciava, poi un terzo e un quarto, così forti che mi piegai in due, il fiato che mi mancava, un urlo soffocato che echeggiava. Mi tolse il plug, un “pluf” umido che rimbombò, e mi fistò il culo, la mano che si chiudeva, un dolore lancinante che mi travolse, un orgasmo anale che mi fece tremare, il corpo che si inarcava, l’umiliazione che mi consumava. Mi fece inginocchiare, leccarle la fica, il gusto salato e muschiato che mi soffocava, il suo squirt che mi colava in faccia, poi un getto di piscio caldo, copioso, che mi riempì la bocca, il sapore acre che mi nauseava. “Torneremo, ti piace succhiare cazzi mosci,” sghignazzò, e mi infilò nuovamente il plug nel culo. Mentre tornavamo a casa, l’odore muschiato mi seguiva, il cuore spezzato, il culo che pulsava, un desiderio perverso che mi completava, mi sentivo la puttana della RSA.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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